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Un’autentica cittadina

La vicenda si svolge in Canada. La protagonista del racconto, Pauline, sposata e madre di due figlie piccolissime, si fa convincere da un giovane regista teatrale a recitare in un suo spettacolo, un Orfeo e Euridice in chiave moderna.
Le prove si fanno in centro, mentre lei vive con marito e figlie nei sobborghi, ogni domenica pomeriggio.

Le prove si svolgevano al piano rialzato di un edificio in Fiscard Street. La domenica pomeriggio era l’unica occasione in cui potevano esserci tutti. […]

Mentre gli altri nuotavano al Thetis Lake, o affollavano Beacon Hill Park per passeggiare sotto gli alberi e dar da mangiare alle anatre, oppure uscivano di città per raggiungere le spiagge del Pacifico, Jeffrey e la sua compagnia sgobbavano nell’alta sala polverosa in Fisgard Street. […]

I vetri erano luridi, ma fuori il sole picchiava sui marciapiedi, sulle spianate deserte dei parcheggi, e sugli edifici a stucco, con uno splendore tutto domenicale. Non circolava quasi nessuno per quelle strade del centro. Non c’era niente di aperto tranne l’occasionale bugigattolo trasformato in caffè e qualche rivendita di alimentari infestata dalle mosche.

Toccava a Pauline uscire durante l’intervallo per comprare bibite e caffè. Lei era quella che aveva meno da dire riguardo allo spettacolo e a come stavano procedendo le prove – sebbene fosse anche l’unica ad avere letto prima il testo – perché lei sola non aveva mai recitato in passato. Perciò le pareva giusto offrirsi volontaria. Le piaceva quella breve passeggiata per le strade vuote: le sembrava di essere diventata una autentica cittadina, una persona isolata e solitaria che vivesse nel riverbero di un grande sogno. Qualche volta pensava a Brian a casa, probabilmente indaffarato in giardino e con un occhio attento alle bambine. O forse le aveva portate a Dallas Road – ricordava una promessa in tal senso – per un giro in barca a vela sul laghetto. Quella vita appariva misera e noiosa in confronto con quanto accadeva in sala prove: ore di fatica, concentrazione, battute brusche, sudore, tensione. Persino il sapore del caffè bollente e amarissimo, e il fatto che quasi tutti lo preferissero a bibite più rinfrescanti e forse anche più sane, pareva procurarle un piacere intenso. E poi le piacevano le vetrine. Quella non era una delle strade agghindate nei pressi del porto, era una strada di ciabattini e botteghe per ciclisti, negozi di biancheria e tessuti a basso costo, di abiti e pezzi di arredamento rimasti in vetrina tanto a lungo da sembrare di seconda mano anche se non lo erano. All’interno di certe vetrine erano distesi dei fogli di plastica color oro, ormai secchi e sottili come vecchio cellophane, messi apposta per proteggere le merci dal sole. E tutte queste iniziative erano state abbandonate solo per un giorno, ma dall’aspetto le si sarebbe dette ferme nel tempo come pitture primitive sulle pareti di una grotta o reperti archeologici scovati nella sabbia.

Alice Munro, Il sogno di mia madre, Einaudi 2005, pp. 202-203


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